Favole III.
 

Favole II.
 
Il Giardiniera e il Melogranato
La Fortuna e il Poeta
Le due Colombe e il Passero
La Biscia e il Viandante
I Lupi e i Pastori
Il Ventaglio e i Nei
Il Rosignuolo e il Gufo
Il Fiore e la Piuma
Il Ciliegio e il Moro
La Tortora e la Boarina
Le due Mosche
La Barca e il Battello
Il Zefiro e il Fiore
La Cuffia e il Cappelletto
La Contadina e l' Erbetta
La Volpe e il Cervo
Un Savio e Galatea
Il Gufo
Le Pietre
Il Cagnolino e il Gatto
Il Pino e il Melogranato
Il Naso e il Tabacco
Il Poeta e il Filosofo
Il Leone e la Rana
Il Leone e il Cagnolino
La Rondine e la Fante
L'Amore e il Capriccio
I due Cagnolini
Ergasto e Clori
Le Ginestre e le Giunchiglie

XXXI.
Il Giardiniera e il Melogranato

Un giardinier gran cura
Avea d' un melagranato,
A cui della cultura
Era il favor donato,
A danno ancor di tutti
Gli altri più rari frutti.

Il tesoro nascosto,
Bel frutto, apri ben tosto,
E l' occhio rui ricrea
Con que' rubin maturi;
Il giardinier dicea.

Ma di fecciosi e scuri
Dalla scorza crepata
Il frutto favorito
Fe' mostra inaspettata
Al giardinier schernito.
Gli altri frutti negletti
Maturaron perfetti
Per pregio di colore,
Per pregio di sapore;
E il giardiniero mesto,
Guardando il melagranato,
Il bel compenso è questo,
Dicea, che m' hai tu dato. —
E in capo l' aspra mano
Due e tre volte si pose,
E due e tre volte invano
Rimorso il cor gli rôse. —

Que' c' hai più accarezzati
Talor sonti i più ingrati.

XXXII.
La Fortuna e il Poeta

Poeta:
La Fortuna all' uscio mio
Venne a battere una sera.

Fortuna:
Apri, amico, apri, son io;
La Fortuna, e la sua schiera.

Poeta:
Vostro amico! affè per niente:
Io non posso, perdonate,
Dar alloggio a tanta gente,
Io son povero, io son vate.

Fortuna:
Teco prendine metà:
Che d' alloggio restin senza
Puoi soffrir la dignità,
La grandezza e l' opulenza?

Poeta:
Ma non posso.

Fortuna:
Almen non dèi
Colla gloria esser ritroso.

Poeta:
Tanto peggio! io perderei
Pel suo fumo il mio riposo.

XXXIII.
Le due Colombe e il Passero

In solitario poggio
Sopra lo stesso ramo
Han due colombe alloggio;
E s'una dice, io t' amo.
T' amo l ' altra risponde.
Insieme presso all' onde
Le due colombe vanno,
Insieme alla verzura
A prender esca stanno,
Se il dì splende o s' oscura.

Così contente e fide
Un passero le vide:
Rise, e sulle mortelle
Faltosi presso a quelle,
Disse: E v' é pur gradita
Questa uniforme vita?
Coll' uniformità
Qual mai piacer si da?

Le colombe all' augello
Questa risposta féro:
Tu forse dici il vero,
Spesso il cangiare é bello;
Ma prova di periglio
Altro ne diè consiglio.
Di un certo ben l' idea
Ci pasce e ci ricrea:
Il poco ben che abbiamo
Di perder non temiamo;
Così n' é il pentimento
Incognito tormento,
E così n' é gradita
Questa uniforme vita. —

Il passer già ridente
Sul suo tenore or piagne:
E son vie più contente
Le colombe compagne.

XXXIV.
La Biscia e il Viandante

Una biscia aggiravasi pel prato.
Che un fosso dividea da quel sentiero,
Su cui gia non so dove un passeggiero.
Il dorso luccicante
Sotto a' rai del meriggio
Al passeggier la discoprì, che armato
Mentre sopra le corse,
La lubrica nemica
Lanciossegli ad un piè, morse e rimorse;
E il meschino a fatica,
Stillante sangue e di dolor gemendo,
Vi perse l' arma, e si salvò fuggendo. —

Non gir de' rischi in traccia,
Che non ti fan minaccia.

XXXV.
I Lupi e i Pastori

Infestavano i lupi
D'un villaggio i contorni: in sulla sera
Uscian dal bosco a' pingui prati in seno,
Ed ogni sera avevano gli armenti
Qualche agnella di meno.
E che feano i pastori?
Riposando de' cani in sulla fede,
Cantando i loro amori,
Sedean d'un' elce al piede.
Ma tale apparve in breve tempo il danno,
Che tennero i pastor lungo consiglio
Sul danno e sul periglio.
Vegliam meglio sul gregge, e non verranno
Ad assalirlo i lupi, un vecchio disse. —
Ma più comodi mezzi altri prescrisse.
Di paste velenose
Sparsero il bosco e le campagne erbose.
Morrai, dicean, morrai, schiatta vorace,
E andran pascendo in pace
Le nostre gregge, e alle bell' ombre intauto
Noi scioglieremo il canto.—
Ma lo sparso veleno
Gustaro i cani in prima, e lo gustaro
Le gregge ancor, dimenticando l' erba;
E i pastori codardi
Pianser gli armenti e ican, mapianser tardi.—

Così talor, della pigrizia figlio,
Un vil ripiego il nostro ben più guasta;
Quando a vincere il danno ed il periglio
La vigilanza ed il coraggio basta.

XXXVI.
Il Ventaglio e i Nei

Entro il sen d'argentea umetta
Sulla lucida toletta
Pochi nêi giacean sepolti
Tra la polve mezzo avvolti;
Ma l' urnetta per isbaglio,
Non so come, aperta venne,
E scoprendoli il ventaglio,
Questo ai nêi discorso tenne.

Via di qua, deformi segni
D'una stupida ignoranza;
Via di qua, non siete degni
D'aver loco in questa stanza:
Fèste voi negli anni andati
Alle Belle un danno orrendo,
Agli efflvi dilicati
Il passaggio interrompendo:
Quante febbri per voi sòrte!
Quante Belle forse morte!
Eh! passò la cieca età;
Via per sempre, via di qua. —

In un tuon mesto e dimesso,
Come suol chi vive oppresso,
Al ventaglio i nêi risposero:
A fanciulle ed a matrone
Quando noi sul volto posero,
Se di mal fummo cagione
Non sappiam, perché memoria
Non è in noi di vecchia storia.
Ma tu intanto come puoi
Mover lite contro a noi,
Se in un dì tu fai quel danno
Che in un mese i nêi non fanno?

Non risponde a que' ribaldi
Il ventaglio, e gli abbandona,
Per temprar le noje e i caldi
Di filosofa matrona. —

Tu che al ciel la moda estolli,
Sappi almen ch' ella non pone
Ne' capricci suoi men folli,
Che il color della ragione.

XXXVII.
Il Rosignuolo e il Gufo

In erma piaggia solo
Di canti un rosignuolo
Empieva l'aer bruno,
Non udito da alcuno:
Se non che i vanni foschi
Movea per quel contorno
Gufo, che disse un giorno
Al musico de' boschi:

Perchè cantar così
L'intera notte e il dì,
Quando per darti lode
Nessun qui passa e t' ode?
Quello non gli rispose;
Ma dalle armonïose
Note che pur sciogliea,
Dolcemente parea
Questa sentenza espressa:
Virtù premio è a sè stessa.

XXXVIII.
Il Fiore e la Piuma

Fea gran lagnanze il fiore
Di donne e parrucchièri,
Che al vago suo colore
Avevano in costume
Sopra ai bei crini alteri
Di preferir le piume;
E dicea: Mi fu dato
In ogni età primato;
Or come il mi contrasta
Moda che tutto guasta? —

La piuma che l'udì,
Risposegli così:
Tu adorni ancor la vesta
Di sposa e giovinetta;
Ma a regnar sulla testa
S'io sori la prediletta,
Non é poi tanto indegna
L'usanza femminile;
Un proverbio l'insegna:
Simile ama simile. —

Talor dove men pensi,
Si celano gran sensi.

XXXIX.
Il Ciliegio e il Moro

Il bel maggio era al suo fine,
Quando al piè delle colline
Il ciliegio già pomposo
Allo sguardo desioso
Offeriva vermiglietti
I pendenti suoi gruppetti
Mezzo in fuori e mezzo avvolti
In fra i verdi rami folti.

Non lontan da quelle sponde
Spiega un moro le sue fronde;
Il colore onde s' ammanta,
È il color d' ogni vil pianta.
Viene intanto il buon villano,
E al ciliegio non alloggia,
Ma la scala al moro appoggia,
Sale, e l' una e l'altra mano
Stende ai rami con prest' arte,
E in un sacco, qual tesoro,
Pon le foglie del suo moro,
Empie il sacco, scende e parte.

Il ciliegio si sdegnò
Del disprezzo del villano,
Ed al moro si voltò:
Bello dunque io crebbi invano?
Ad un moro mi pospose
Il padron? così trascura
Mia ricchezza già matura?
Rise il moro, e gli rispose:
Non sdegnarti, chè a' trastulli
Ei ti serba de' fanciulli.

Quello in cor brame ti mova
Ch' è men bel, ma che più giova.

XL.
La Tortora e la Boarina

Una tortora gemente
Vivea cara ad ogni augello;
Dolce sempre e compiacente
Di bontade era il modello:
Alla tortora finezze,
Alla tortora carezze.

Una vispa boarina,
Che il dì errò di poggio in poggio,
Si trovò, quando il Sol china,
Lunge alquanto dal suo alloggio,
La consiglia la pigrizia
Di cercar l'altrui ricetto:
Gli ozïosi han gran delizia
D'altrui cena e d'altrui letto.

Molto invan le penne batte;
Presso al bosco finalmente
Nella tortora s' abbatte:
Ah signora compiacente.
La sfacciata prese a dire,
Non potreste voi soffrire
Di alloggiar fino a mattina
Un' errante boarina?

Volentier, la tortorella,
Volentier, rispose a quella:
Ma qui il luogo angusto è tanto,
Che non resta un solo canto
Ove starci voi possiate;
Ite altrove, perdonate.

La risposta non curando
L'augelletto impertinente,
Entro il nido, borbottando,
Va a cacciarsi immantinente,
A cert' esca il becco stende,
Piega il collo e sonno prende.

Se han mite il cor, son gli uomini
Amabili e graditi;
Ma guai se fan conoscere
Che san sol esser miti!

XLI.
Le due Mosche

Venner l'ali posando
Sull' orlo d' un bicchiero
Due mosche, madre e figlia,
Che giù scenda aspettando
Il dolce licor nero
Da panciuta bottiglia
Che al bicchiero vicino
Giacea sul tavolino.

Aspettano lung' ora,
Ma il vin non esce ancora.
La figlia, a cui le frulla,
Gía dicendo alla madre:
Verran le mosche a squadre
E non avrem più nulla.
Tardanza maledetta!
E a lei la madre :Aspetta;
Io so per lunga prova
Che l'aspettar ne giova.

Ma la figlia non sente,
E corre avidamente
Sul collo alla bottiglia:
Ah dove corri, o figlia?...
Ma quella a perso fiato
Sul turacciol si getta,
Che a metà sollevato
Nella liquida stanza
Par che una via prometta:
Già s' insinua, s' avanza.
Ma non lambisce ancora:
Quando ecco il vin repente
Un servo versa fuora
Impetuosamente;
E la mosca vi pêre,
Incauta, senza bere.

Credi ai vecchi, e la mente
Piega alla lor ragione:
Un indugio prudente
Ti giova, e non t'espone.

XLII.
La Barca e il Battello

Ella è pur la gran noja
Di sempre, com' io fo, trarmiti appresso;
Al suo battel dicea la barca; ed esso,
Nol nego, le rispose;
Ma tu più non rammenti
Che fra i nembosi venti
Affidata a me fu la tua salute?
E ch'io fuor delle secche ov' eri immota
E in cento rischi avvolta,
Ti strascinai fra l'onde un' altra volta?

Caro ai grandi sarai
Mentre servi al lor uopo o alla lor gloria;
Ma non sperar giammai
Che de' servigi antichi abbian memoria.

XLIII.
Il Zefiro e il Fiore

Un zefiretto lieve
Movea l' agili penne,
E un fior che parea neve
A careggiar sen venne.
Piegasi mollemente
La foglia compiacente,
E poi nel ripiegarsi
Par che goda incontrarsi
Nel fiato dolce dolce
Del vento che la molce.
Intanto a poco a poco
Crebbe l' amabil gioco.
Il zefiro s' avanza
Con forza, con baldanza
Sì che fur distaccate
Dal gambo ad una ad una
Le foglie delicate.
E il vento intanto? il vento,
Cercando altra fortuna,
L' ali spiegò pel prato:
Che zefiro spietato!

Somiglia al zefiretto
Il piacer seduttore;
E un innocente petto
L'immagine è del fiore.

XLIV.
La Cuffia e il Cappelletto

Silfo gentil m' ha detto
(I Silfi che non sanno?)
Che mosser tra lor lite
(Mi tacque il loco e l' anno)
La cuffia e il cappelletto.

Torna all' alpi romite
A ornar le grossolane
Treccie delle villane;
Fatto non sei per crine
Di molli cittadine;
Cerchi invan farti bello.
Sei sempre un vil cappello.

Dicea la cuffia; ed egli,
Scotendo alquanto in prima
La fluttuante cima:
Nacqui fra i campi, è vero;
Ma i dorati capegli
Delle leggiadre Inglesi
La nobiltà mi diero:
Dai più culti paesi
Oggi ho carezze e lode,
Qual primo fra le mode.
Io piume, io nastri, io fiori
Vezzosamente accolgo,
E alla bruttezza io tolgo
Le sembianze peggiori;
Un lungo viso e scarno
Dica s' io l'orno indarno.
La cuffia a lui: Se vuoi,
Sien questi i pregi tuoi.
Copri la testa a tutte
Quante son mai le brutte;
Io voglio ogni bel viso.
Tu avrai region più vasta,
Ma il poco mio mi basta.
Resti così diviso
Per sempre il nostro impero.
E quegli: I patti accetto.
Così la pace fèro
La cuffia e il cappelletto.

Il patto, è ver, fu vano,
Poi che il capriccio insano
Confuse ogni diritto
E il confine prescrìtto;
Ma non è già che fatto
Non fosse il savio patto.

Favola, a chi si denno
Volgere i tuoi precetti?
Spesso han di noi più senno
Le cuffie e i cappelletti.

XLV.
La Contadina e l' Erbetta

Contadinetta
Tra folta ortica
Scopre un' erbetta,
E côr la vuol.
L' erba ha vil manto,
Ma olezza quanto
Fior vago suol.

Con cauta mano
La contadina
Due volte invano
La via s' aprì:
Alfin più ardita
Spinse le dita,
L' erba carpì.

Ma ritirando
A sè la mano,
Si punse quando
Credealo men.
Ah per un' erba
Puntura acerba,
Dicea, mi vien!

Tai fea lamenti;
Ma l' erba narrasi
Che questi accenti
Sciogliesse allor:

Piacer non trovasi,
Cui non intorbidi
Qualche dolor.

XLVI.
La Volpe e il Cervo

Vieni, non temer, vieni,
Disse una volpe a un cervo,
Per questi campi ameni
Ove belva non è da starti a fronte:
Qui senza guardia scendono dal monte
Le pecorelle, e chiuse fra' ginepri
Stan qui timide lepri.
Vieni, re qui sarai, sarai padrone,
Come altrove il leone.
II cervo s' inoltrò: co' pronti veltri
Tosto l' assalse il cacciatore attento,
E lieto della preda uscì del campo;
Indi potè la volpe a suo talento
Per molti dì sicura
Scorrere i pingui colli e la pianura.

Chi la tua vana ambizïon fomenta,
Spesso a tuo danno i suoi vantaggi tenta.

XLVII.
Un Savio e Galatea

Fra le belle è Galatéa
Quel eh' é april fra gli altri mesi;
Dall' aprile i vezzi ha presi,
Un aprile é la sua età;

E de' fiori non ha solo
Sulle gote la vaghezza;
Certo incanto ha di freschezza
Che raddoppia la beltà.

Perchè nacque Galatéa
Cittadina d' ampie mura,
Nè può in seno alla natura
Aprir l' alma a un puro amor!

Meglio assai che ne' cristalli,
La vedría quanto è gentile;
Là, se il volto ha come aprile,
Come aprile avrebbe il cor:

Disse un Savio, e udì la Bella,
A cui largo ha il Ciel concesso,
Pregi soliti nel sesso,
Molta astuzia in poca età;

E rispose: Un bel candore
Anche agli uomini conviene;
Se fra' campi sol s' ottiene,
Tu perchè vivi in città?

Quegli allor: Dettar precetti
Noi filosofi sappiamo;
E vie più che a noi, pensiamo
All' altrui felicità.

Galatéa così riprese:
Dire udíi, benchè fanciulla,
Che i precetti non son nulla,
Se l' esempio non si dà.

XLVIII.
Il Gufo

Venne desío di vivere
A sconcio gufo un dì
In fra gli altri volatili,
E del suo nido uscì.

Giuliva aria socievole
Affettava talor;
Ma i brutti trasparivano
Nativi modi ognor:

Così che alfin vedendosi
In odio a ciaschedun,
Nel cupo tornò a chiudersi
Ricovero suo brun,

Sclamando: O solitudine
Sola per me sei tu!
In società? co' perfidi
Augei, mai più, mai più.

O gufo, o vil misantropo
Sepolto a' boschi in fondo,
Sei tu che non sai vivere,
E dài la colpa al mondo.

XLIX.
Le Pietre

Da' Carraresi gioghi all' officina
D' un illustre scultor tratta una pietra,
Dall'altre pietre che giacean qui sparte
Così fu interrogata: A che, sorella,
A che l'alpina patria hai tu lasciata?
E quella: Io son venuta a farmi bella,
A diventar l' immago
Di un nume o di un eroe: negletto masso
Io mi stava sepolta in ermo loco:
E passerò tra poco,
Se chi tratta m' ha fuor, dissemi il vero,
O in sala aurata, o in ricco tempio altero.
Nobile è il tuo desio, ti si prepara
Alto destin, ripreser l' altre allora;
Ma qui guardar non dèi le statue sole,
Ch' erano come noi pietre deformi:
Ah guarda qua, sorella,
Taglienti ferri, e là martelli enormi.
Di un nume o di un eroe pria che l' immago
Possa tu divenire,
Quanti tagli e percosse hai da soffrire!

L.
Il Cagnolino e il Gatto

Vede che un cagnolino
Delizia è del padron
Il gatto; e al paragon
D'invidia muore.

Prender ne tenta i modi:
Giocolar, saltellar;
Anch'ei vuol diventar
D' ognun l' amore.

Or di virtù sì nove
Molto il padron stupì,
E crescer ogni dì
Già le vedea.

L'amò; col can sovente
Godea chiamarlo a sé;
La zampa se chiedè,
La zampa avea.

Oh come amabilmente
Leccava e mento e man!
II primato del can
Pendea già in forse.

Ma un dì festoso il gatto
Quanto più dir si può,
Il mento gli graffiò,
La man gli morse.

L' amico, il qual ti sia
D'indole noto appien,
Tienti; o il novello almen
Conosci pria.

Non ti fidar d'un tratto
Di grazia o di bontà:
Sempre ti graffierà
Chi nacque gatto.

LI.
Il Pino e il Melogranato

Fausta ti fu la sorte,
Che sotto l' ombra mia nascer ti feo,
Diceva un ampio ed orgoglioso pino
Ad un melogranato suo vicino.
Allor che vien mugghiando il nembo orrendo,
Tu di lui non paventi, io ti difendo.
Rispose l' arboscello: È vero, è vero:
Ma mentre un ben mi dài,
D' un maggior ben mi spogli;
Mi difendi dal nembo, e il Sol mi togli.

Così talvolta un protettor sublime
Par che ti giovi, e le tue forze opprime.

LII.
Il Naso e il Tabacco

Disse al tabacco il naso:
A te posposi i fiori,
I distillati umori;
Che non posposi a te?

Ma più che ognora io t' amo,
Ingrato favorito,
Del senso tuo gradito
Fai goder meno a me.

Quello in sommesso tuono
Risposegli così:
Piaceri più non sono
I piacer d' ogni dì.

LIII.
Il Poeta e il Filosofo

Il Poeta:
Di seguir perchè mi vieti
Ogni strana voglia mia?
Non disdice a noi poeti
Qualche dose di pazzía.

Il Filosofo:
Sì lo so che a voi concesso
Fu di perder la ragione;
Ma legittimo è il permesso
Solo allor che si compone.

Non cercar vane scuse ai vizj tuoi;
Chè puoi spesso trovar quel che non vuoi.

LIV.
Il Leone e la Rana

Un leon dalla pugna
Mentre ritorno fea,
E l' ampie fauci avea
Tinte di sangue ancor,

Passando lungo un fosso,
Della fangosa tana
Uscì loquace rana
Delle poc' acque a fior.

E non so quai gracchiando
Lodi al Ieone diede:
Intanto fermò il piede
Degli animali il re;

E sul dorso battendosi
La coda maestosa,
Colla fronte giubosa
D' approvar segno fe'.

Sorpresa dir volea
La corte sua seguace:
Come! Signor! ti piace? ...
Ma tanto non osò.

Ah da qualunque bocca
Venga un encomio fuora,
Del cor de' grandi ognora
Facil la via trovò.

LV.
Il Leone e il Cagnolino

Di spettacolo era in piazza
Un Ieone in ferrea gabbia:
La magnanima sua rabbia
Trasparía dagli occhi fuor.

Picciol cane a lui rimpetto
Salti e tomboli facea,
Come più la man movea
Il padron giocolator.

Al leon la rabbia crebbe;
E che, disse, al mio cospetto
Osa un vile animaletto
Arrestarsi e saltellar?

Temerario! Sai chi sono?
Sfidator d' alti perigli
Nelle tane in mezzo ai figli
Vo le tigri ad affrontar.

Sai chi sono? lo tra le selve
Qual monarca alzo la testa;
Guarda i denti, e guarda questa
Giuba, a cui l' egual non è.

Altri in parte, il can rispose,
Ricchi son di pregi tali;
Ma non v' è fra gli animali
Chi sia fido al par di me.

Hai bellezza, valor, senno? ti stimo:
Hai buono il cor? sei de' mortali il primo.

LVI.
La Rondine e la Fante

Una rondin vi fu che tutto il mondo
Temea contro di sè mosso a congiura;
Le rondini fuggía, doppio e profondo
Avea suo nido in cima a vecchie mura,
Donde per poco ed una volta il giorno
Uscía pel cibo al più vicin contorno.

Or sedendo al balcon fante ozïosa
La scopre, allor che capolino fa;
E di meglio scoprir vie più vogliosa,
Prende una canna, e sì gran colpo dà,
Che a morte fu la rondine ferita.
Il troppo diffidar gl' inganni invita.

LVII.
L'Amore e il Capriccio

Vuoi saper che sei tu? disse
Al Capriccio un giorno Amore:
Erri sempre, e nell'errore
Godi inutil libertà.

Un leggier desío ti guida,
Che n' ha mille in sè raccolti,
Che si slancia a quanti volti
Gli presentano beltà.

Vola intorno il tuo diletto,
Ma non entra in mezzo al core,
Nè sa mai di quel licore
Che si chiama voluttà.

Non conosci tenerezza,
Non raffini il sentimento,
Forse privo di tormento,
Senza aver felicità.

Vuoi saper che sei tu, Amore?
Il Capriccio gli rispose:
Tu di lunghe idee nojose
Malinconico inventor.

La tua brama ti dà pena;
Soddisfatta te l' accresce;
E indistinto in te si mesce
Il contento col dolor.

E d' un folle non è questo
Il carattere più espresso?
Forse sono un folle io stesso;
Ma di noi chi folle è più?

Vario è il corso d' ogni cosa,
Vario ancora è il genio mio:
Io più godo, e non son io
Folle men che non sei tu?

Sì, riprese Ainor, tu passi
Più di me giorni ridenti,
Perchè poco o nulla senti:
Sempre al volgo avvien così.

Ah! son l' anime gentili
Nate al duol: ma quando viene
Il momento del lor bene,
Val per mille de' tuoi dì.

LVIII.
I due Cagnolini

Dorilì:
Che t' avvenne? perchè piangi?

Lesbino:
Perchè piango? Ah Dorilì!
Era in grembo alla padrona,
Quando giunse non so chi,
Che la mano le imprigiona,
E v' imprime baci e baci:
Chi potea quegli atti audaci
In silenzio sopportare?
Ben mi parve d'abbajare.
Ah non mai l' avessi fatto!
L'ossa mie furono a un tratto
Scosse tutte e malmenate
Da percosse replicate:
E jer l'altro, che mordei
Il marito, ella mi dètte
Quattro fresche ciambellette.

Dorilì:
Passi i giorni fra le gonne,
Nè conosci ancor le donne?
Can che aspiri alle dolcezze
De' bocconi più squisiti,
Agli amanti fa carezze,
E non morde che i mariti.

LIX.
Ergasto e Clori

Orgogliosa pastorella,
Ve' quel fior che a te somiglia;
Con quel fior deh ti consiglia,
Tua bellezza mancherà:

Disse a Clori il grave Ergasto;
Clori a lui: Vecchio concetto
Che alle Ninfe il mal accetto
Amator cantando va:

Se l' amabile freschezza
Ne' bei fior ratto trapassa,
Non però da ognun che passa
D' esser còlto gode il fior.

E languir sul proprio stelo
Più gli piace non veduto,
Che su qualche crin canuto
Gir perdendo il suo color.

LX.
Le Ginestre e le Giunchiglie

Le ginestre alle giunchiglie:
Ehi! signore, siam parenti;
Son divise le famiglie,
Ma non son già differenti:
E non siamo entrambe gialle?
Voi più picciole e in giardino,
Noi più grandi e nella valle.
Se di noi vario è il destino,
Non però natura è varia:
Ehi! signore, non tant' aria.

Le giunchiglie alle ginestre:
Mal non fòra albergo alpestre;
Ben saria sorte crudele,
Se bastasse il color solo
A formar le parentele:
Di fioracci quanto stuolo
Vanterebbe almen cugino
Il giacinto o il gelsomino!
Nel color tra noi si vede
Una qualche somiglianza,
Ma v' è poi, v' é buona fede
A tacer della fragranza?

Non se come altri t' abbigli,
Nei costumi altri somigli.