Favole II.
 


Luigi Fiacchi
detto Clasio; Scarperia
4 giugno 1754 – Firenze, 25 maggio 1825)

è stato un religioso, scrittore e filologo italiano.

Quelle:
Favole e i Sonetti/del Sacerdote/Luigi Fiacchi/Parma 1841
 
Favole I.
 
L' Agnello e lo Spino
Il Fumo e la Nuvola
I due Susini
L' Usignuolo, e la Rondine
I Topi in Campanile
Lo Scoglio, e il Diamante
L' Asino che porta il concime, quindi i fiori
Borea, ed il Sole
La Neve, e la Montagna
Il Granchio, e il suo Figlio
Il Canocchiale della Speranza
Il Zeffiro, l' Ape, e la Rosa
La Testugine, e il Serpente
L' Uccello nel campo dei lacci
Il Pesce ingordo
La Cera, e il Mattone
La Gazzera, e' Avaro
 
La Cicala, e il Grillo
Il Pellegrino, e il Platano
La Lepre, e il Melo
Il Giglio, e la Rosa
Gli Uccelli al Paretaio
Il Lupo e la Volpe
L' Uomo cieco e privo dell odorato..
Il Pappagallo

 

I.
L' Agnello e lo Spino

L'arte più bella, in che il Dator Sovrano
Dei beni all' uomo è d'imitar concesso,
È di porger benefica la mano
All' infelice dalla sorte oppresso;
Ma chi mercè del beneficio prende
Sua natura a lui cangio, e vile il rende.

Mentre in un bosco a pascere occupata
Stava senza il pastor lanosa Agnella,
Là dai regni dell' Austro inaspettata
Giunse fremendo orribile procella;
E nell' aere imminente omai raccolte
Cadean le nubi in grandine disciolte.

La Pecorella timida e smarrita
All' infuriar della tempesta rea,
Tra l' orror della selva aspra e romita
Senza il dove saper, quà e là correa,
Confondendo talor con lo spietato
Fragor de' tuoni il tremulo belato.

Or fuggendo così passò vicino,
Dove sorgeva il rabbuffato aspetto
Pien di foglie e di punte un vecchio Spino,
E util facea riparo al suol soggetto;
Chè dal virgulto ed intrecciato e folto
L' urto ai globi di grandine era tolto.

Ei l'Agnella chiamò: quindi cortese
Le offerse asilo sotto i rami suoi.
Qui, le disse, salvar te stessa, e illese
Le bianche lane conservar tu puoi.
Ella accettò l'invito; e tal ventura
Dalle furie del Ciel la fe' sicura.

E allor che Iride bella in lieta faccia
Serenò l' aere, e in calma lo compose,
Essa cercar della perduta traccia,
E all' ovile natìo tornar dispose:
Onde mostrando il cor gentile e grato
Dal buon ospite suo prese commiato.

Ma quando poi la Pecorella uscìo
Fuori del troppo avviluppato ostello,
Con le punte lo Spino a lei rapìo
Molti bei fiocchi del lanoso vello;
Così mercè del beneficio prese,
E l' usata pietà men bella rese.

II.
Il Fumo e la Nuvola

Da un gran cammino un giorno il Fumo uscia,
E in densi globi accolto
S' era inoltrato molto
Su per l' eterea via:
Quando egli in certa Nuvola s' avvenne
Che a suo diporto gia
De' venti su le penne.
Allor pien d' albagìa
A gridar cominciò: su la mia strada,
Olà, si faccia largo: allor che passa
Un par mio, non si vuole ei dalla bassa
Gente tenere a bada.
La nuvola, sentendo questo tuono
Di grandezza, e d'impero,
Disse: chi sei tu dunque? ed egli altero
Rispose: mel dimandi? il Fumo io sono.
Io del fuoco son figlio; e il fuoco, il sai,
È fratello del Sol, per cui dal suolo
Tu sì sublime ascendi:
Onde da questo solo
Quale io mi sia comprendi.
Allor la Nuvoletta
Al superbo rispose: oh! certamente
Per esser voi d' origin sì perfetta
Avete aria ben cupa; e, perdonate
Se un pochette pungente
Vi parrà 'l mio sermone;
Voi per fermo sembrate
Figlio del fuoco no, ma del carbone.
Or ascoltate un poco
Queste mie brevi note:
Signor figlio del foco
Del Sol signor nipote,
Io ben farovvi onore
Quando simil sarete al genitore.

La favola consiglia
Che non si vanti de' grand' avi suoi
Chi poi non gli somiglia.

III.
I due Susini

Se nella verde etade alcun trascura
Di lodato sapere ornar la mente,
Quando è giunta per lui l' età matura
D' aver perduto un sì gran ben si pente.
Cercalo allor, ma trovasi a man vuote:
Potea, non volle; or che vorria, non puote.

E voi, per cui d' un Mentore la mano
Suda a formarvi e l'intelletto e il core,
E che rendete infruttuoso e vano,
Negligenti e ritrosi, il suo sudore,
Facile orecchio almeno ora porgete
Alla mia favoletta, e risolvete.

Due selvaggi Susini a un tempo nati
Nello stesso giardin facean dimora;
E sul ruvido tronco eransi alzati
Grandetti sì, ma non adulti ancora;
Onde il cultor cangiar risolse in parte
La lor natura, e ingentilir con l' arte.

Perciò, tolti i rampolli e a quello e a questo
Arbor, che in pregio di bontà noria,
Volle mutar con fortunato innesto
In dolce frutto il frutto aspro di pria;
E poichè l' opra a incominciar si mise
Gl' ispidi rami ad un di lor recise.

Quindi adeguato e fesso il tronco, intruse
Di bietta in guisa alla ferita in seno
I giovani germogli, e poi gli chiuse
Intorno intorno, e gli serrò con fieno;
Perchè fosser così nascosti al gielo,
Ed alle pioggie di nemico Ciclo.

E già su l' altro a fare opra simile
La sua provida mano erasi volta.
Ma che non puote in mente giovanile
D' una vana beltà vaghezza stolta!
L' altro Susin veduto avea con duolo
Cadere i rami del compagno al suolo.

E or vedendo che a lui pure s' appressa
Il temuto cotanto agricoltore,
Che gli prepari la sventura istessa
Teme; piange, e gli parla in tal tenore:
Ah! perché vuoi così tormi, spieiato,
L' unico ben, che renderai beato?

Questi rami eh' io porto, e queste foglie
Rendono sol la pianta mia gradita.
Or se barbara mano a me le toglie,
Si tolga ancor quest' infelice vita.
Meglio è morir, se conservar non lice
L' unico ben, che rendemi felice.

Ma se alcuna pietà senti di questa,
Che mi lacera il cor, crudele ambascia.
Deh! quel tuo ferro minaccioso arresta,
E vivo ancor nel tuo giardin mi lascia:
Lascia ch' io spieghi ancor la chioma al vento,
Unico ben, che rendemi contento.

L' accorto agricoltore a questi accenti
Espressi dal dolor sorride, e poi
A lui risponde: or sì fatti ornamenti
Conserva pur, se conservar gli vuoi.
Tor la mia crudeltà no non pretende
L' unico ben, che rustico ti rende.

Resta tranquillo pur; ma se capace
Me tu non credi di menzogna o frode,
Sappi che l' opra mia, che or non ti piace,
T' avria recato e gentilezza e lode:
Sappi che un dì, quando vedrai 'l tuo danno,
Tardo fia il pentimento, e il disinganno.

Sì dice, ed oltre passa. I rami intanto
L'innestato Susin spunta e risorge:
E in ben poc' anni al tristo amico accanto
Braccia vaste, e più vaghe all' aria sporge.
Ciascun, che passa, in lui la nuova chioma
Ammira e loda, e le straniere poma.

L' altro Susin, che del compagno vede
La non creduta in pria bella ventura,
Se ne invaghisce auch'egli, e ansioso chiede
La sua vecchia mutar rozza figura.
Grida al cultore: appaga il mio desio;
Voglio innestarmi e migliorarmi anch' io.

Ma tosto a lui l' agricoltor risponde:
Non è più tempo: or te innestar non lice.
Solo i frutti cangiar, cangiar le fronde
Nella prima si puote età felice:
Or questa etade è trapassata omai:
Tu sempre rozzo, e sempre vii sarai.

IV.
L' Usignuolo, e la Rondine

Ln ameno bosco ombroso,
Quando april riveste il suolo,
Dimorava un amoroso
Soavissimo Usignolo.

Qui spiegando i suoi concenti
la dolcissima maniera,
Ne arricchiva i molli venti
Della bella primavera.

O sorgesse il Sol dall' onda,
O la notte in bruno ammanto,
Ogni colle ed ogni sponda
Echeggiava al suo bel canto.

Nella stessa piaggia aprica
Stava arguta Roudinella,
Che al narrar di fama antica
L' Usignuolo ha per sorella.

Essa udendo l' armonia
Dal suo rustico ricetto,
L' ammirava, e ne sentia
Un dolcissimo diletto.

Venti volte in Oriente
Avea il Sol portato il giorno,
Quando udì che men frequente
Risonava il canto intorno.

Anzi udillo sì dimesso,
E ristretto a sì poch' ore,
Che parca non dell' istesso
Ammirabile cantore,

Onde là rivolse il volo.
Ove il caro albergo avea
Il già tacito Usignuolo,
Ed a lui così dicea:

O mio caro, e perché mai
La tua voce or non s' ascolta?
Onde vien che non ci fai
Rallegrar come una volta?

Io temea non fosse occorso
Tristo caso a te di pena,
Che turbalo avesse il corso
Della tua vita serena.

L' Usignuolo a' detti suoi
Sì rispose: vieni, e vedi;
Vieni, e vedi, e dirai poi
Se mi scusi, e se mi credi.

Quel che miri, è il nido mio;
Son nel nido i figli miei;
Or se pascergli degg' io,
Come mai cantar potrei?

Molto, è vero, ai dì passati
Apprezzai de' versi il vanto;
Or che i figli a me son nati
Penso a lor, non penso al canto.

Così disse. Or voi, che avete
Già di padre il dolce nome,
Deh! pensate che ora siete
Sottoposti ad altre some.
Date ai figli ogni pensiere,
Non al frivolo piacere.

V.
I Topi in Campanile

Di frequentar sovente
Un alto campanile
Certi Topi eran usi. Ed a che farvi?
(Dirà qualche saccente)
Solean forse portarvi
I mercanti o i fattori il gran gentile?
Io di ciò eh' è stampato
Degli animali nella storia antica,
Non son certo obbligato
A darmi la fatica
Di render le ragioni;
Pur credo in verità
Che i Topi se n' andassero colà
Perché far vi solean buoni bocconi
Forse di passerotti, e di rondoni.
Or questi Topi un giorno
Videro il campanar, che in giù e in su
Certa fune tirava,
E per cotal virtù
La campana sonava.
Piacque lor sì bell' opra, e fatto tosto
Consiglio in fra di loro,
Fu da molti proposto
Di porsi a fare un simile lavoro.
Or ben, disse il più grave
Topo e più vecchio, facciasi il partito:
Ma mancaron le fave
Distrutte dal frugivoro appetito.
Perciò dalla giuliva
Animosa brigata
Restò l' affermativa
Con accenti ardentissimi acclamata.
Anzi un vi fu, che provido promosse
L' avviso di salire al più elevato
Piano, perché non fosse
Un travaglio sì bello disturbato.
Eccoli dunque all' opra: ognuno ascende
Su la fune, e la prende,
E con l' unghie, e co' denti e tutti insieme
Già con le posse estreme,
Tirano in giù: di tanti uniti eroi
Quello sforzo è ben degno;
Ma che pro? se d' ingegno
Ritroso la campana
Di crollare un tantin nè pur dà segno?
L' arbor non cade al primo colpo, allora
Gridano tutti, e raddoppiando vanno
Gli sforzi, e per lung' ora
Tirano, e nulla fanno.
In questo il campanar dal basso piano
Prende la fune in mano,
E incomincia a suonar; viva la schiera
Grida de' Topi, viva ecco si suona;
D' ogni ostacolo abbiam vittoria intiera.
Che il magnanimo ardir nostro corona;
Certo dalla campana un suon sì chiaro
Non trae quando la suona il campanaro.
Dal suonar finalmente
Il vero suonatore
Rimansi, e immantinente
Lascian la fune i Topi, e il gran valore
Mostrato in ciò che pensano aver fatto,
Vanno vantando a tutti gli animali,
Fuori però che al gatto.
E acciò che questo memorabil fatto,
Resti nella memoria, e si propali,
Lo scrivon nelle storie, e nei giornali.

O mio Lettor, quei Topi sciagurati
Son ridicoli, è vero;
Ma parlate sincero:
Non son di questa fatta
Certi uomini insensati
Che vanno millantandosi d' un' opra
Come da loro fatta,
Ma che vien dalla man di quel di sopra?

VI.
Lo Scoglio, e il Diamante

Lo Scoglio, e il fulgido Diamante un dì
Sentiti furono parlar così:
Scoglio. - Io non son lucido, ma son gigante.
Diamante. Ed io son piccolo, ma son brillante.
Il mondo è vario, e ognuno puote
Dirsi stimabile per la sua dote.

VII.
L' Asino che porta il concime, quindi i fiori

Nell' uman core oh come facil nasce
La Vanagloria, e getta alto il germoglio!
Un uom, che appena uscito è dalle fasce
Quanto ha più di stoltezza ha più d' orgoglio;
E udir già tutto il mondo si figura
Far plauso ai pregii, onde l' ornò natura.

E se alcun lo dispregia, o gli fa cosa,
Che saria sua vergogna, e suo rossore,
Con la sua stupidezza glorïosa
La stima lode, e ne pretende onore.
Folle! del mondo nella turba immensa
Altri il deride, ed altri a lui non pensa.

Era appunto sì vano, e sì merlotto
Nella sua prima etade un Asinello,
Cui per suoi fatti un giorno avea condotto
Alla città vicina un villanello;
Quivi sovra di lui, per l' arenose
Terre ingrassar, soma di concio pose.

Or mentre il passo ei rivolgea con questo
Putrido incarco alla magion nalta,
Ciascun che l' incontrava, a sì molesto
Fetor chiudeasi il naso, e si fuggia:
Intanto ei si credea che per omaggio
Ognun largo facesse al suo passaggio.

E giunto alfine alla paterna stalla,
Ov' era la sua cara genitrice,
Lieto viso le mostra, e raglia, e balla,
E in linguaggio asinin così le dice:
Madre, diletta madre, ah tu non sai
Con quanto onor per la città passai!

Vidi colà le cittadine genti,
Che venir non ardiano a me vicino;
Ma colme di rispetto e riverenti
Ala facean da lungi al mio cammino.
Certo quassù tra noi no non si fa
Cotanta riverenza al Potestà.

L' asina a questo dir si sente in petto
Venir tacito gaudio inusitato;
Indi esternando il concepito affetto
Applaude, e fa carezze al figlio amato,
E con dente amorevole si pone
Dolce a fargli solletico al groppone.

Nel giorno appresso il villauel dispose
Tornare alla cittade a vender fiori:
Messe le ceste all' Asino, e vi pose
Quei, che han più grati, e più soavi odori:
V' era la rosa, la viola, e v' era
Tutto ciò che ha di bello primavera.

All' apparir dell' Asino fiorito
Vennergli intorno cittadini a schiere;
Corse di donne un numero infinito;
Chi voleva odorare, e chi vedere;
La folla in somma intorno a lui sì crebbe,
Ch' ei varco alfine a oltrepassar non ebbe.

Lo stolido animai crcdeasi intanto
D' esser cosa mirabile, e si rara
Che le genti corresser da ogni canto
Sol per vederlo, e vagheggiarlo a gara:
Né potendo più star per l' allegrezza,
L' irto crine scuoteva, e la cavezza.

E poiché il villanello ebbe spacciata
La sua vaga odorosa mercanzia,
E per tornarsi alla capanna usata
La sua riprese solitària via,
L' Asino glorïoso, e pien di vento
Correa sì lesto che parea un portento.

Anzi dice la storia, eh' egli fatto
Impazïente alfin delle dimore
Il padron lasciò dietro un lungo tratto,
E quasi trasformato in corridore
Per via volò, sì che restonne appena
L' orma del pie su la calcata arena.

Giunto alla madre, oh qual trionfo! oh quanti
Plausi, disse, ho riscossi in questo giorno!
Credimi, o madre, ad ammirar miei vanti
La città corse tutta a me d' intorno:
E tra l' immensa turba spettatrice
Chi potea più appressarsi era felice.

A quest' ultimi accenti era arrivato
Il vecchio can del contadin, che pure
Erasi forse anch' egli ritrovato
Alle belle dell' Asino avventure,
E a lui rivolto disse: o barbagianni,
Nel tuo creder così quanto t' inganni!

Tutti della città gli abitatori
Fuggon dal concio, e non a te fan loco:
Corron sì tutti alla beltà de' fiori,
Ma non pensano a te punto né poco.
Sì disse il cane da persona esperta,
E l' asino rimase a bocca aperta.

VIII.
Borea, ed il Sole

Un dì Borea ed il Sole
Vennero a gran contesa
(Come tra i bravi suole)
Chi far potria più memoranda impresa:
Ed era accesa
Tanto la lite, e sì bóllia lo sdegno,
Ch' eran sul punto entrambi
Di perdere il contegno.
Per gran ventura
Quivi passò vicino
Un pellegrino,
Che non avea vettura.
Allora il vento
Disse: cotanto contrastar che giova?
Sopra quel passeggier facciam la prova;
E il vincitor sia quello,
Che più pronto a colui toglie il mantello
Il Sole alla proposta
Prova tosto acconsente;
Prova, che veramente
Per due sì fatti Eroi di fama antica
Esser parea di picciola fatica.
Così fatti d' accordo,
Ecco il fiero Aquilon spiega le piume,
Con cui fremendo su le balze alpine
Ha per antico barbaro costume
Sveller talora alle foreste il crine,
E già si avventa, ed a rapir s' accinge
Il desïato trionfai mantello;
Ma il passeggier si cinge,
E si ravvolge in quello.
Doppia Borea lo sforzo, incalza, preme,
Urta per ogni parte,
E congiurate insieme
Usa la forza e l' arte:
Ma colui quanto più soffiar lo sente,
Tanto il mantello tien più fortemente.
Più volte alla battaglia
Ritorna, e fa portenti
Questo Achille de' venti,
Ma sempre invano: alfin fremendo d' ira
Lascia l' inutil pugna, e si ritira.
Allora il Sole
Al cimento si pone, a poco a poco.
Con dolce foco
Il viandante investe,
E nelle membra
Dai pori della veste
Passa, e passar non sembra:
E già il calore
Internamente accolto
Ampio sudore
Gli fa cader dal volto;
Alfin il pellegríno
Il mantello si scioglie, e lo depone,
E il Sol vince Aquilone.

Dalla Favola apprendi
Che, se condurre intendi
Gli uomini al tuo piacere,
Più delle forze vaglion le maniere.

IX.
La Neve, e la Montagna

Alla Montagna disse la Neve:
Beato il monte, che me riceve!
Quando il mio bianco noi rende adorno
Scorger non l'assi molto ali' intorno:
Che quel suo cupo color l' attrista,
Nè fa gran colpo sovra la vista.
Ma allor che il cingo di bianchi fiocchi
Di ben lontano ferisce gli occhi.
Or vedi, amica, di quante lodi
Qualor son teco per me tu godi.
Te or miran forse con maraviglia
Occhi lontani da cento miglia:
E tra la gente, che te distingue,
Suona il tuo nome su mille lingue.
Ma questa fama tutta è mio dono.
Dimmi, or conosci se util ti sono?
E la montagna rispose a lei:
Oh! no, util tanto poi non mi sei.
Perch' io sia vista di' che t' adopri:
Ma, oimè! la fronte tu mi ricopri:
E chi le luci Terso me gira
Certo te sola, non me rimira.
Quanti di quelli che guarderanno,
Quella è la neve, ripeteranno,
La neve è quella, senza far motto
Della montagna, che resta sotto.
Or vedi, amica; cotante lodi
Per me le vanti, ma tu le godi.

È questa Favola fatta per quelli,
Che mentre cercano suo bene, scaltri
Apparir vogliono far bene agli altri,
E del servigio si fanno belli.

X.
Il Granchio, e il suo Figlio

D' un bel fiume reale, io non so come,
Eransi i pesci alquanto inciviliti;
Sapean chiamarsi, non più muti, a nome,
E far delle adunanze, e dei conviti;
Ed in particolar su l' aria bruna
Darsi tempone al lume della luna.

Unito a loro un Granchio pur vivea
Là dove il fiume ha limaccioso il letto,
Che avuto già fin da due lune avea
Dalla cara consorte un figlioletto,
Cui fu, siccome a cittadin, permesso,
Gire al notturno amabile congresso.

Onde il buon padre d' erudir procura,
Come è dover, la tenera sua prole:
Or gli compon galante la figura,
Or gli adorna i concetti, e le parole;
Ma sopra tutto poi lo vuole intento
Ai maestosi passi, e al portamento.

Figlio, a lui dice, che tu porti io lodo
Sempre il passo in avanti ov' hai la faccia:
L' andar traverso è disusato modo,
Che sembra omai che ai nostri dì non piaccia.
Guarda tuo padre; e in questo dir si vede
Muovere il Granchio padre obliquo il piede.

Onde il figlio seguendo il patrio esempio
Obliqui volge anch' egli i passi suoi:
E dice: o padre, il mio dovere adempio
Quand'io io quel che fai, non quel che vuoi;
Dalle stesse opre lue prendo consiglio;
Quel che fa il genitor può fare il tìglio.

Voi, che a nome del Ciel sul cereo cuore
Di tenero fanciul vegliar dovete,
Ammonitelo sì, quando l' errore
In lui del vizio incominciar vedete;
Ma pensate che poi nulla vi giova,
Se il medesimo vizio in voi si trova.

XI.
Il Canocchiale della Speranza

Un giorno la Speranza
Per ciaschedun mortale
Fece un bel Canocchiale.
Io, qualunque tu sii, ti sfido al corso.
Il Serpente ridendo
(Che le bestie sapean ridere allora)
Tosto disse: in parola ecco ti prendo:
Accetto: andiam: m' è grave ogni dimora:
Suoni la tromba pur. Così dicendo
Striscia i 'suolo, e vassi
Innanzi lungo tratto
Prima che la Testuggine abbia fatto
Dietro a lui quattro passi.
Quindi rivolto a lei, che si venia
Stupefatta ed ansante
Per la segnata via,
Disse sdegnoso: impara
A giudicar, somara,
Col tuo corto cervello
Qual sia l' abilità di questo e quello.

Or qual precetto mai trar si potria
Dalla Favola mia?
Io noi dirò; che assai palesemente
L' ha già detto il Serpente.

XII.
Il Zeffiro, l' Ape, e la Rosa

Un dolce Zeffiro
Con l' ali d' oro
Scorrea su florido
Culto terren:
Ove odorifero
Spandea tesoro
Rosa purpurea
Dal molle sen.

Egli con avido
Fiato e dimesso
Del fiore amabile
Rapia l' odor:
Ed aggirandosi
Nel loco istesso
Volgeavi l' alito
Non sazio ancor.

Quando pur giunsevi
Ape dorata,
Che in seno al tenero
Fior si posò:
E dal suo calice
La delicata
Ambrosia a suggere
Incominciò.

Allor d' invidia
Il Zeffiretto
L' acuto stimolo
Nel cor sentì:
Forte sdegnandosi
Che un vile insetto
Del ben partecipe
Fosse così.

Onde sul fragile
Stelo le penne
Battea credendosi
L' Ape fugar:
Ma l' Ape immobile
Sempre si tenne,
Nè l' urto placido
Parea curar.

Alfin con impeto
Mosso dall' ira
La troppo amabile
Rosa agitò:
E parve Borea,
Che il turbo spira,
Poichè le gelinde
Nubi adunò.

Dall' urto fervido
Scacciata allora
Vide fuggirsene
Quell' Ape, è ver:
Ma il fiore infrantone,
Distrutta ancora
Vide l' origine
Del suo piacer.

O folle invidia,
Talor tu vuoi
L' altrui distruggere
Felicità:
Ma spesso adopriti
Ai danni tuoi,
E il mal che fabbrichi
Tuo mal si fa.

XIII.
La Testugine, e il Serpente

Mentre andava a bell' agio
Una certa Testuggine in un orto
Preudendosi diporto,
Un Serpente trovò, ma non malvagio;
Non di quel, che mordendo
E spremendo dal dente
Un veleno tremendo
Uccidono la gente,
Ma di quegli, che fanno
Più paura che danno.
Costei mai non avea visto a' suoi giorni
In tutti quei contorni
Un simile animal: perciò si mise
Con luci attente e fise
Ad osservar ben ben la sua figura,
E lunghezza, e statura,
Gli occhi, la bocca, e della bocca ogni atto,
Come un pittor che accingesi a un ritratto.
Ei che fermo giacea, Come è d' usanza,
Godendosi del sole il taggio ardente
Rimase indiferente
A questa di colei poca creanza,
E lasciò fare. Or mentre ella di lui
Esame minutissimo facea,
Scoprì ch' ei non avea,
Nè pur segno di gambe. Oh! questa cosa
Per quella scimunita
Fu ben maravigliosa.
Come! dicea fra se, me il mondo addita
Per la bestia più lenta, e più infingarda!
E pur se ben si guarda,
Esser dee manifesto
Che a paragon di questo
Animal, ch' è di ine più lungo molto
Sono un destrier, che corre a freno sciolto
In fatti io sì ragiono:
Le gambe fatte sono
Per camminar; le gambe egli non ha,
Dunque per fermo camminar non sa.
Orsù per suo rossore
Conosca il mondo ch' ei m' irride a torto,
Se correndo con un di me maggiore
Quell' io, quell' io sì lenta il vantd porto.
Piena di tal pensiero,
In un sembiante altero
All' ignoro animale
S' indirizzò con tale
Breve, ma ben magnifico discorso:
Io, qualunque tu sii, ti sfido al corso.
Il Serpente ridendo
(Che le bestie sapean ridere allora.)
Disse: alla tua parola ecco ti prendo:
Accetto: andiam: m' è grave ogni dimora:
Soni la tromba pur. Cosi dicendo
Striscia sul suolo, e vassi
Innanzi lungo tratto,
Prima che la Testuggine abbia fatto
Dietro a lui quattro passi.
Quindi rivolto a lei, che si venia
Stupefatta ed ansante
Per la segnata via,
Disse sdegnoso: impara
A giudicar, somara,
Col tuo corto cervello
Qual sia l' abilità di questo e quello.

Or qual precetto mai trar si potria
Dalla favola mia?
Io nol dirò; che assai palesemente
L' ha già detto il Serpente.

XIV.
L' Uccello nel campo dei lacci

Mentre nella stagioni gelida e scura
I campi tutti
Spogliati avea natura
D' erbe, di semi e frutti,
Un Augellin, che avea
Sì vecchia fame
Che quasi ei la vedea,
Calò dal bosco in coltivata piaggia,
E lì sen già
Con somma bramosìa cercando i semi
Di qualch' erba selvaggia;
Che ne' bisogni estremi
Suoi far buon gioco,
Anco il cattivo, e il poco.
Or quivi un villanelle
Avea tesi i lacciuoli, a cui sovente
Prendeva or questo or quello
Tra la pennuta gente:
E per condurre il piede
Delle sue prede
Là dove avea più d' un inganno ordito,
Il panico in buondato
Avea versato
Intorno intorno al periglioso sito.
Or l' Augello affamalo
Qua e là girando diligente e pronto
In quei grani s' avvenne, e allegro tosto
S' era disposto
A prenderne il suo conto.
Ma poi con certo scrupolo pensando
Cotal ventura
Esser fuor di natura,
Disse fra sè: quando ogni campo ignudo
Rende l'inverno crudo,
Sparso panico al suolo
Non è più di stagione, e così grande
Copia senza perché qui non si spande:
Or così bella sorte
Temo non sia per me germe di morte.
E fiso in tale idea
Se ne fuggì lontano,
E fuggendo dicea:
Panico mio, tu mi lusinghi invano.

L' uccello avea ragione.
Quando vi si propone
Troppo grasso partito
Non correte all' invito;
Chè spesso poi si trova
Che lì gatta vi cova.

XV.
Il Pesce ingordo

Stava un Pesce in un chiaro fiumicello
Là dove l' onda si ristagna e tace,
E si godeva in sì romito ostello
Il caro ben di solitaria pace,
Che quivi a dissetarsi al fresco umore
Raro il gregge venia, raro il pastore.

Talora, è ver, con l' amo, e con la rete
Tentò predarlo il pescator, ma invano;
Ch' egli tra l' onde trasparenti e chete
Vedea l' insidie, e si fuggia lontano.
Così viveva in fiumicel sì puro
O non visto, o se visto almen sicuro.

Sol gli dolea di non poter che a stento
Saziar del cibo il naturai desio:
Chè i poch' insetti, che portava il vento
Nell' onda, e i pochi, che nutriva il rio,
Eran solo per lui l' esca gradita,
Ma parca assai per mantener la vita.

Un giorno alfin che della cruda fame
Batter sentìa lo stimolo pungente,
Disse: oh! meglio saria per le mie brame
Che questo fosse un torbido torrente.
Bello è un limpido rio: ma l' onda impura
Può di cibo recar maggior ventura.

Suoi rapir il torrente, allor che sprezza
L' argine, che nel corso è legge ali' onda,
Frutti che sono inutile ricchezza
Alla solinga abbandonata sponda,
O trasporta con sè gl' insetti almeno,
Che si stan su le rive ali' erbe in seno.

Sol di questi una par4e assai contenti
Render tutti potrebbe i desir miei,
Ed avendo a nutrirmi ampii alimenti
Più vasto corpo, e maggior forza avrei:
Poichè dunque il mio ben soltanto io vedo
Rei tumulto dell' onde, altro non chiedo.

Mentre cosi diceva, o fosse il cielo
Che il maligno desio punir volesse,
O fosse caso, un nubiloso velo
Il Sole ascose, e l' orizzonte oppresse.
Cadde la pioggia, e gonfio e insuperbito
Si mosse il fiume a depredar sul lito.

E già il Pesce famelico le prede
Fatte dall' onde, a divorare attende;
Ma il pescator, che il rio torbido vede,
Torna, e le reti insidioso tende:
Vien preso il Pesce, e la nemica sorte
Nella gioia maggior gli da la morte.

Molti vi son, cui grave noia preme
D' essere al mondo in basso stato occulti;
E con rea d' ingrandirsi audace speme
Aman le guerre, e lodano i tumulti.
Ma tu da questa favoletta impara
Viver picciolo sì, ma in acqua chiara.

XVI.
La Cera, e il Mattone

Disse al Mattone la Cera un dì:
Dimmi, chi duro ti fe' così?
Se anch' io potessi farmi sì dura
Per me sarebbe dolce ventura.
Compar Mattone così rispose:
Nella fornace l' uomo mi pose;
E quivi il fuoco per otto dì
Mi cosse, e duro mi fé' così.
La folle Cera sentendo questo,
In un gran fuoco saltò ben presto:
Ma, oimè! diversa sorte l' accolse;
In fumo, e fiamma tutta si sciolse;
E l'infelice tosto finì
La vita, e dura si fé' così.

Qualunque cosa, che altrui si faccia,
Benchè util traggane, su la sua traccia
Tu non dei correre così veloce;
Quel che a lui giova, forse a te nuoce.

XVII.
La Gazzera, e' Avaro

L' oro ascoso a che giova? è inutil peso,
Che sempre aggrava e che talora offende;
E solo allor che saggiamente è speso
Negli umani bisogni util si rende.
Su questo un caso ho raccontare udito
Tra un avaro, e una Gazzera seguito,

Un uom riposto il suo tesoro avea
In un gran fesso d' un antico muro,
Che quivi occulto renderlo credea
E dall' altrui rapacità sicuro.
Per non scemarlo egli soffria lo stento,
E sol di vagheggiarlo era contento.

Una Gazzera un dì vide costui,
Che stava al fesso a far l' innamorato;
E curiosa degli affari altrui,
Quand' ei si fu rivolto in altro lato,
Va, corre al muro, e da persona accorta,
Visto il tesoro, in altro luogo il porta.

Non guari andò che ritornò l'Avaro
Per vagheggiar le amabili monete,
E vide (ahi reo spettacolo ed amaro!)
Vuoto il nido affidato alla parete.
Pensar si può com' ei restò di fuore,
E qual gelida man gli strinse il cuore.

Pur del primo stupor rimesso un poco,
Tosto si pose ad aguzzar l' ingegno;
Ed alfin s' avvisò che da quel loco
Tolto avesse la bestia il caro pegno.
Corse, cercò, trovollo in un istante...
Chi l' amato tesor cela all' amante?

Onde si pose disdegnosamente
A rampognar la Gazzera rapace:
Dimmi, le disse, bestia impertinente,
L' oro sei tu di consumar capace?
Forse mangiar lo vuoi? forse i denari
Rendon satollo un animai tuo pari?

Signor, per me l' oro non è, lo vedo;
(Disse la bestia tutta in penitenza)
Se colpevole io son, perdon vi chiedo:
Ma quanto all' uso poi, la differenza
Stato già non saria grande tra noi;
Ne avrei fatt' io quel che ne fate voi.

XVIII.
La Cicala, e il Grillo

In un de' più cocenti
Giorni di colma estate una Cicala
Cantato avea per venti;
Sicchè degli altri insetti il vicinate
A una tal cantilena,
Che certo non parea d' una sirena,
Erasi alfin noiato.
Si fe' notte; ella tacque: allora un Grillo,
Che avea ritiro di quel palo al piede,
Ch' era dell' insaziabil cantatrice
Musico palco e glorïosa sede,
Uscì su l' erba al fresco
Delle notturne aurette,
E con tremula voce a dir si pose
Le solite amorose
Sue belle canzonette.
L' udì dall' alto la Cicala, e in tuono
Di disdegnosa maestà, tu dunque.
Vile animai, gli disse, ardito sei
Rompere i sonni miei?
Se fosse almen tua voce
Armoniosa, e varïato il canto,
Potrei soffrirti alquanto;
Ma così replicando ognor gli stessi
Striduli acuti accenti
Noioso, anzi insoffribili diventi.
Il Grillo alzò la testa,
E a lei disse: sorella,
Io non so se cantando
Voi vi facciate un' armonia più bella;
Ma so bensì che quanto è lungo il giorno
Voi cantate, ed io taccio, e non mi lagno.
Perciò s' io pure or canto
Datevi pace, e s'io
Soffro il vostro cantar, soffrite il mio.

V è chi noiar la gente
Pretende impunemente:
Ma se dagli altri poi noia riceve,
Sopportar non la vuole ancor che lieve.

XIX.
Il Pellegrino, e il Platano

Stanco per lunga via sotto il più vivo
Raggio del Sole estivo
Un Pellegrin mendico
Cercò riposo
Al fresco amico
D' un bel Platano ombroso.
Già disteso su l' erba
L' ardor togliea dell' affannoso petto,
Quando con grave aspetto
Guardando la superba
Chioma dell' infecondo
Ospite suo, che sotto l' ombra il tolse,
A lui rivolse
Questa rampogna acerba:
O svergognata pianta,
In quale esteso giro
Spandi i tuoi rami, e quanta
Aria intorno ne ingombri! e pur non miro
Tra questo di tue frondi immenso stuolo
Un frutto, un frutto solo.
Va', che infingardo e vile
Per me ti chiamo, e sei
Oggetto di disprezzo agli occhi miei.
Il Platano, che intese
Del pellegrin severo
Lo sdegnoso parlare, a dir si prese:
Sono infecondo, è vero;
Sia questa pur tra le mie colpe: intanto
Poichè schivando alquanto
L' estivo sole all' ombra mia ti stai,
Almen per te son vantaggioso assai.

Rinfacciare il peccato
Altrui mai non conviene;
Ma rinfacciarlo a chi ti fa del bene
E da solenne ingrato.

XX.
La Lepre, e il Melo

Voi, che donate altrui, prendete cura
Che il don pena non costì a chi 'l riceve;
Che il benefizio in oltraggiosa e dura
Maniera fatto, a chi vien fatto è greve.
Non lega i cuori, ingrati anzi gli rende
La man che dona, e nel donare offende.

Mentre la notte taciturna e bruna
Steso avea su la terra il nero velo,
E pochi raggi di falcala luna
Rompeano in parte il cupo orror del cielo,
Una Lepre affamata uscì del folto
Bosco, e ne venne in un terren più colto.

Quivi cercando o frutti o dolci erbette,
Per dar sollievo alla molesta fame,
Sotto un gran Melo giunse, e lì ristette
Quasi in loco opportuno alle sue brame;
Poichè credea che qualche pomo in terra
Trovato avria di quei che il vento atterra.

Cercò ma invano: o i pomi avea raccolti
Diligente il cultore innanzi sera,
O uniti essendo ei fortemente ai folti
Rami, caduto alcun di lor non era.
Ond' ella gia piena di doglia in suso
Verso gli onusti rami alzando il muso.

E dicea sospirando: oh potess' io
Di tanti frulli un solo averne almeno!
Ma il destino crudel per danno mio
Nè pur lascia caderne un sul terreno.
Dunque perdi' io morir debba di stento
Fin cessa i rami d' agitare il vento.

Dall' alto udì la sua querula voce
Il Melo, e del suo duol pletade il vinse;
E poi che hi tanti frutti a lui non nuoce
Perderne un solo, a terra uno ne spinse,
E il diresse sì ben, che della mesta
Lepre il pomo cadente urtò la testa.

Al colpo inaspettato, essa che ignora
Donde venga e da chi, timida fugge;
E la paura prevalendo allora
Di fame estingue il senso che la strugge.
Ricovra al bosco, e la selvaggia e rozza
Erba, sospinta dal bisogno, ingozza.

L' altra notte ne venne, e a poco a poco
La tema si calmò del caso antico;
Ond' ella uscendo nel selvaggio loco
Sotto il Melo tornò nel campo aprico;
Nè trovando del suol sul verde smalto
Pomi, volgea l' avide luci all' alto.

Allora il Melo a lei disse: e che mai,
Folle, da me pretendi? io nella scorsa
Notte un pomo per te cader lasciai,
E tu altrove fuggisti a tutta corsa.
Tu dunque, allor per quanto vuoi ti dono,
Disprezzi ingrata il donatore, e il dono?

La Lepre, udendo ciò disse: or comprendo,
Signor, dell' altra notte il caso strano.
Mi percosse quel pomo; io non sapendo
Che fosse ciò, me ne fuggii lontano.
Or perchè grata appieno esser vi possa,
Fate che il vostro don non dia percossa.

XXI.
Il Giglio, e la Rosa

In bel giardino
Era vicino
Un Giglio a vaga Rosa;
E nel mirarla,
Nel vagheggiarla
Sentì fiamma amorosa.

Il Giglio è casto,
Io nol contrasto,
Ma il mirare è periglio:
E poi chi ignora
Che amor talora
Di vicinanza è figlio?

Ora il suo foco
A poco a poco
Per lei crebbe cotanto,
Che ognor dicea
Ch' ei la volea
Per sua compagna accanto.

Ma gli altri fiori
Abitatori
Del culto giardinetto
Diceano al Giglio:
Il tuo consiglio
Avrà cattivo effetto.

Non vedi stolto
Che stuolo folto
Ha di spine costei?
Tu non sei tale,
Ma sol di frale
Spoglia vestito sei.

Or se a quei rami
Ispidi brami
Che sia il tuo stel congiunto,
Dalla spinosa
Tua cara sposa
Sarai più volte punto.

Sì fattamente
L' arnica gente
L' amatore ammoniva;
Ed ei con riso
Il saggio avviso
Sprezzava, o non udiva.

Poichè le acute
Spine vedute
Eran dal folle appena;
O almen credea
Ch' ei ne dovea
Sentir picciola pena.

O amor tiranno,
Con quanto inganno
Pingi l'amato oggetto!
Tu a' sensi nostri,
Il bello mostri,
Ma veli ogni difetto.

Il cieco amante
Fu sì costante
Nel primo suo desìo,
Che alfine a quella
Rosa sì bella
Il giardinier l' unìo.

Un tale stato
Quanto beato
Pareva al nuovo sposo!
Sempre era fiso
Sei di lei viso
Vermiglio, ed amoroso.

Ma allor che il fiore
Menava l' ore
Piene di bel contento.
Dai vicin colli
Le piume molli
Mosse leggiero un vento.

Questo agitando
Di quando in quando
I rami delle piante,
Facea che forte
Dalla consorte
Punto fosse l' amante.

Pur non moleste
Molto fur queste
Per lui prime punture:
Forse che meno
Sentille pieno
Dell' amorose cure.

D' amore intanto
Cedendo alquanto
L' impetuoso foco,
Sentì non solo
Più crudo il duolo,
Ma se ne dolse un poco.

Poi sì sovente
Quella pungente
Rosa ad urtarlo venne,
Che nel suo core
L' antico amore
Odio crudel divenne.

Or mentre ingrato
Chiamava il fato,
E stolta la sua brama,
Che il Zeffiretto
Con questo detto
Sì l' ammonisse è fama.

Ah! la beltade
Guida non rade
Volte a cattivo fine:
Scegli la sposa
Meno vezzosa,
Ma che non abbia spine.

XXII.
Gli Uccelli al Paretaio

Era nella stagione, in cui trasporta
Il sole oltre la libra il suo soggiorno:
Onde scorrendo il ciel per via più corta,
Cresce per noi la notte, e scema il giorno;
E fuggendo gli augei l' artico gielo
Cercan sorte miglior sotto altro cielo.

Una turma di questi al Paretaio
D' accorto uccellatore un dì ne venne,
E udendo il canto armonïoso e gaio
D' altri augelli simili il vol ritenne;
Quindi, cedendo al lusinghier diletto,
Posò sul colto, ed umile boschetto.

Non fermo ancor sul tenero virgulto
Era del più restio l'incauto piede,
Che sollevarsi dall' aguato occulto
La rete velocissima si vede.
Già copre già più ratta del baleno
Il bosco, e accoglie i prigionieri in seno.

Al caso inaspettato alto terrore
Il sangue agghiaccia al malaccorto stuolo.
Tenta ciascun la fuga, e in vario errore
Volge chi quà, chi là l' incerto volo:
Urtan molti la rete, ed ella in vista
Par che ceda pietosa, e poi resista.

L' uccellator da sotterraneo speco
Con ansioso desio corre alla preda,
Fido compagno al crudo ufficio ha seco
Che ad un lato a scacciargli augei provveda;
Ei con la rele fa seno incurvato,
L' augel vi vola, e restavi appannato.

Evvene un sol tra la pennuta schiera,
Che vedendo si presso il suo periglio,
In più tranquilla ed utile maniera
Serba in mezzo al timor pronto il consiglio.
Son morto, è ver, dice fra sè, lo vedo;
Ma camperò se allo spavento io cedo?

Quindi raccolto ove il boschetto implica
Più i ramoscelli, e spesse ha più le fronde,
Immoto allo scacciar di man nemica,
Timido si, ma tacito s' asconde:
Quivi, mentre seguìa la sanguinosa
Strage de' suoi, sempre costante posa.

E già son presi i suoi compagni, ed hanno
Tutti ceduto al lor destin crudele:
E i predatori ancor scacciando vanno
Per tentar se nel bosco altri si cele.
Ei però resistendo alla paura,
Immobil resta, e lo scacciar non cura.

E poichè nullo strepito si desta
Tra le frondi più interne, e più segrete,
Essi credendo che altri omai non resta,
Dall' oppresso boschetto alzan la rete;
Lasciano intanto libero sentiero,
Onde fugga la morte, al prigioniero.

Li' augello infatti sollevata appena
Mira la rete, che prigione il tenne,
Che balza dalle foglio, e alla serena
Regïone del ciel drizza le penne.
Così mentre parca da morte oppresso,
Non cedendo al timor salva sè stesso.

Fuggite ogni periglio: è questa cura
Al viver nostro la più fida scorta:
Pur se improvviso in qualche rea ventura
Il nemico destili mai vi trasporta,
L' alma serbate allor tranquilla e forte;
Che il soverchio terror guida alla morte.

XXIII.
Il Lupo e la Volpe

Nel più tacito e cupo
Orror d' oscura notte
Una volpe, ed un lupo
Sbucaron fuor delle natie lor grotte;
E prendendo il cammino
Verso lo stesso rustico abituro
S' incontraron per via molto vicino
Al destinato loco,
Ove credean trovar pasto sicuro.
Pria sbirciaronsi un poco,
Poi disse il Lupo: e dove vai, comare?
Io, la Volpe rispose,
In un pollaio a questo bosco appresso,
Signor, vado a rubare.
Son le solite cose,
Il Lupo replicò; pur ti confesso
Che sì fatto pensier non disapprovo,
Anzi ancor io nel caso tuo mi trovo,
E men vado all' ovile a far lo stesso.
Vuo' tu che in quel che restaci di via
Ci facciam compagnia?
Oh! volentieri, tosto
Disse l' astuta Volpe: onor mi fate
Quando sì vi degnate
Prendermi per compagna: il destro posto
Prendete, e andiam di coppia. Il Lupo avea
D' una folle albagia colma la testa;
Perciò subito questa
Precedenza si prese, e ne godea:
E alla Volpe dicea:
Io veggo ben che il tuo dover comprendi,
Quando a tua voglia un tale onor mi rendi.
Così compagni andaro
Per qualche tempo a paro,
Uno con maestà
L' altra con umiltà.
Se voi saper voleste
Quali tenner per via ragionamenti
Queste persone oneste,
Non saprei dir, che noi dice la storia,
E nè pure i commenti,
Ma, pensate! io mi credo a loro gloria
Ch' egli stati saranno
Tutti discorsi belli,
E ragionato avranno
Di galline, e d'agnelli.
Giunsero alfine ova una densa fratta
Il sentiero chiudila; sol da una parte,
Fatto forse con arte
Stretto valico aprìa
Al passeggiar la via,
La Volpe allor tiratasi in disparte
Chinò la fronte di rispetto in segno,
E con ciglio dimesso
Al lupo, come ad animai più degno,
Cede cortesemente il primo ingresso,
Il Lupo a tale onore,
Fece tanto di core;
E glorioso intanto
Gonfiando il muso alquanto,
E sè pavoneggiando in modo bello
Kel valico inoltrossi. Or qui celato
Aveva un villanello
D' una ferrea tagliuola il tristo aguato.
Onde tra l' ombra il Lupo v' inciampò
Col piè superbo, e preso vi restò.
Allora, oh! tosto smesse
Ogni caricatura,
E una vecchia paura
Entrogli addosso, e all' albagia successe,
E, chiamando la Volpe, a lei dicea:
O volpe mia fedele,
Vieni, porgimi aita,
Se da questo crudele
Periglio scampo, io ti dovrò la vita.
Ma la Volpe rispose:
Signor queste son cose,
Che si debbono a voi per preferenza,
Statevi, se vi siete;
E se mei permettete,
Men vado, addio, vi faccio reverenza.

Io non dirò che sempre quei, che stanno
In pretension d' onori e di rispetti,
Abbian del Lupo il danno;
Dirò bensì che mai
Nessun di loro aspetti
Di guadagnarvi assai.

XXIV.
L' Uomo cieco e privo dell odorato
che giudica della Rosa

Un Uom vi fu, che dal suo dì natale
Privo restò della virtù visiva:
Ed oltre a ciò per cumulo al suo male,
Degli effluvii d' odor nulla sentiva.
Pur contento vivea: chè ignoto bene
Nulla dà di piacer, nulla di pene.

Or questi un dì cianciando in compagnia
D' amici suoi di questa; o quella cosa,
Udì che il pregio ognun di leggiadria,
Ragionando de' fior, dava alla Rosa.
Oh quale odor, tutti diceano, accoglie
Nel molle sen delle purpuree foglie!

Ei non sapea che dir: ma poi che volse
La socievol brigata altrove il piede,
Più volte in mente allor volse e rivolse
I detti lor, cui non sapea dar fede.
Dunque, dicea fra se, beltà divina
Sortì la Rosa, ed è de' fior regina?

E crederlo dovrò? forse sovente
Non è il giudizio uman d' inganno figlio?
Forse talor non odesi la gente
O biasmare, o lodar senza consiglio?
Ah! chi di giunger brama al vero appresso
No non creda ad altrui, creda a sé stesso.

Così dicendo, un fanciullino appella,
E vuol che tosto entro il giardin lo scorga,
Guidami là, gli dice, u' la più bella
Rosa di questo suolo all' aria sorga.
Ubbidisce il fanciullo: e dell'inetto
Giudice il fior già trovasi al cospetto.

Stende la mano, e vuoi la sorte appunto
Ch' ei tocchi, e prema una pungente spina;
Onde da quella acerbamente punto
Esclama: è questa la beltà divina?
Sapea ben io, che quel che gli altri vanno
Della Rosa dicendo è tutto inganno.

Voi che talora a qualche scienza, od arte
Giudice sguardo sollevar volete,
Mentre le sue bellezze a parte a parte
Capaci ancor d' esaminar non siete,
S' ella piena di tenebre si mostra,
Non è colpa di lei, la colpa è vostra.

XXV.
Il Pappagallo

Sentito ho raccontar che nel Perù
Un Pappagal vi fu,
Che, stando presso uà nobile signore
In dolce schiavitù,
Passabilmente apprese
La lingua del paese.
Or questi un dì trovò scaltro la via
D' uscir di prigionia;
E' dando fósto un canto in pagamento,
Al suo bosco natio tornò contento.
Quivi pensando che imparate avea
Tante belle e sublimi
Cose, fra sè dicea: certo io potrei
Tra Pappagalli miei
Esser uno de' primi,
E guadagnar l' onore
D' eccellete dottore:
Basta ch' io parli, e lor faccia vedere
Tutta l' estensïon del mio sapere.
Risoluto così, dei Papagalli
S' inoltrò fra le schiere,
E incominciò sull' imparate cose
A recitar pompose
Bellissime stampite,
Ma non punto capite
Quella turba selvaggia, ed inesperta
Ai non intesi accenti
Piena di meraviglia a bocca aperta
Stava, non altrimenti
Che un rozzo contadino
Stassi ad udir ìchi parla di latino.
Ma poi vi fu chi B lui disse: fratello,
Il tuo discorso è bello,
Ma noi non l' intendiam punto nè poco;
E per dirtela schietta,
Egli comincia a divenirci un gioco,
Che punto non diletta.
Se grato esser ci vuoi
Favella come noi.
Il dottor Pappagallo a questo avviso
Arcigno fece il viso,
E le ciglia aggrottò; ma non per questo
Del complimento onesto
Punto si persuase,
E di ciaramellar non si rimase;
Onde tutte le turbe alfin noiate
Lo fecere tacer con le fischiate.

Or riflettendo al caso
Di questo Pappagallo stravagante.
Io mi son persuaso
Esser nel mondo verità costante,
Che e' non si dee giammai per vanità
Parlare altrui di ciò ch' egli non sa.